Cav., che fare?

A prescindere da quando Silvio Berlusconi deciderà di tornare sulla scena (doveva essere ieri, ma alla fine non ha partecipato agli incontri con i giovani del Pdl guidati da Giorgia Meloni) e a prescindere da quando sceglierà di esplicitare le sue reali intenzioni sulla partecipazione alla prossima campagna elettorale, ci sono alcuni spunti di riflessione che nei prossimi mesi l’ex presidente del Consiglio non potrà non considerare, se vuole provare a dare un senso al percorso accidentato intrapreso dal centrodestra.
20 AGO 20
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A prescindere da quando Silvio Berlusconi deciderà di tornare sulla scena (doveva essere ieri, ma alla fine non ha partecipato agli incontri con i giovani del Pdl guidati da Giorgia Meloni) e a prescindere da quando sceglierà di esplicitare le sue reali intenzioni sulla partecipazione alla prossima campagna elettorale, ci sono alcuni spunti di riflessione che nei prossimi mesi l’ex presidente del Consiglio non potrà non considerare, se vuole provare a dare un senso al percorso accidentato intrapreso dal centrodestra. Una prospettiva razionale da seguire – e verrebbe da dire liberale e riformista, non ripiegata sulla facile deprecazione e sull’illusionismo demagogico – è quella su cui, storicamente e praticamente, si possono riconoscere i moderati. Il riformismo dei moderati, si sa, si distingue da quello della sinistra per la consapevolezza delle condizioni oggettive e per la fiducia nell’inventiva e nella creatività di persone libere che sentono pienamente la responsabilità verso gli altri. Nel panorama nazionale ci sono punti di riferimento per questo tipo di riformismo. Il Mario Monti che rivendica la sua analisi sull’effetto controproducente delle misure che hanno irrigidito il lavoro e hanno invece scoraggiato l’occupazione è un esempio di questo tipo. Ha riproposto nel fuoco della tensione sociale una visione razionale, in contrasto con un conformismo falsamente “sociale” e in realtà paralizzante. Un altro punto di riferimento per un atteggiamento costruttivo e realistico è Sergio Marchionne, che ha saputo far uscire una grande impresa dal provincialismo assistito in cui galleggiava da anni, proiettandola sulla dimensione multinazionale inevitabile per la competizione nel suo ambito produttivo e, invece di rassegnarsi ai vincoli impropri di un sistema contrattuale obsoleto, li ha sfidati apertamente.
Né Monti né Marchionne hanno ottenuto risultati immediati, almeno in Italia. Ma anche questo, la consapevolezza che un processo riformatore si può realizzare solo su tempi non brevi, proprio perché incide su nodi aggrovigliati da decenni, è un carattere del riformismo dei moderati. Le proposte dell’altro riformismo, quello dirigistico e assistenzialista, promettono immediate rinascite e producono invece l’avvitamento nella stagnazione. In un clima in cui nello spirito pubblico prevale la disillusione sfiduciata (e la protesta che è l’altra faccia della stessa medaglia), la strada per un riformismo costruttivo e realistico, è tutta in salita. Anche il blocco sociale moderato, tradizionalmente maggioritario, si presenta oggi disgregato, pronto in qualche settore anche a inseguire illusioni demagogiche e antipolitiche. L’intellettualità riprende il vecchio vizio “dannunziano” dell’altezzoso disprezzo per la sovranità popolare. Valorizzare la fatica e la tenacia di un riformismo moderato e realista, la prosaica ma effettiva costruzione di soluzioni possibili, è il modo di reagire a questa deriva, per dare ai moderati un messaggio di serietà e di responsabilità capace, oggi o domani, di invertire la tendenza prevalente.